Il fascino che nasconde l’insidia

Panace di Mantegazza

Non si può fare a meno di notarla quando è ospite in qualche giardino
o la si incontra in campagna e, immediatamente, si è colti d’invidia per chi
l’ha potuta incontrare prima, tanto è di aspetto florido, portamento
maestoso, origine esotica.
Ma a siffatte attrattività corrispondono celate insidie assai pericolose
per chi, anche inavvertitamente, la sfiorasse.
Non stiamo presentando una rappresentante del gentil sesso bensì una
pianta tanto lussureggiante quanto pericolosa per l’uomo e per la
biodiversità.

Si tratta del Panace di Mantegazza, di provenienza caucasica e introdotta
in Italia a fine ‘800 per scopi decorativi e melliferi, che si propaga in
maniera inarrestabile e che produce una linfa irrimediabilmente
urticante.
La caratteristica più evidente di questa pianta biennale è la dimensione:
in ambienti favorevoli ricchi di umidità e sostanze nutritive, può
raggiungere l’altezza di 4 metri e il fusto, cavo e costoluto con macchie
basali rossastre, può avere un diametro di 10 cm.
Le foglie, profondamente lobate, in poche settimane superano il metro
di lunghezza.
Generalmente la diffusione anemofila dei semi non raggiunge grandi
distanze dalla pianta madre (circa 100 metri) a causa della pesantezza dei
semi così da formare piccole colonie localizzate di Panace.
Invece, in vicinanza di un corso d’acqua la diffusione del seme, per
galleggiamento, può superare grandi distanze.
Nella pagina inferiore delle foglie e nelle ascelle fogliari sono presenti i
peli urticanti che rilasciano una sostanza che provoca irritazioni cutanee
simili a ustioni.
Tutta la pianta contiene sostanze fototossiche, particolarmente reattive
ai raggi solari. Tali sostanze, attraverso i succhi vegetali, possono entrare
in contatto con la pelle umana e, nel caso questi vengano “attivati” dalle
radiazioni ultra violette, provocano reazioni simili a ustioni.

La reazione può apparire già dopo 15 minuti dal contatto, dopo 24 ore si
possono formare arrossamenti e accumulo di siero in forma di bolle.
Dopo circa una settimana la zona irritata può presentare una
pigmentazione anomala, che può permanere per mesi e rimanere
sensibile alla radiazione solare per almeno sette anni prima di potersi
considerare definitivamente guariti.
Si sono registrati anche casi clinici di lesioni alla cornea con cecità
temporanea o permanente.
Le fototossine sono anche resistenti ai lavaggi degli indumenti e si sono
riscontrati casi di persone, non danneggiate dal contatto diretto con la
pianta, ma colpite dalle irritazioni per aver successivamente indossato
capi di abbigliamento venuti a contatto con la pianta.
Parimenti alla robinia e all’ailanto, il Panace di Mantegazza è
considerata una pianta infestante che ha conseguenze negative, non solo
sull’uomo e gli animali, ma anche sulla flora autoctona.
Per questi motivi da alcuni anni sono state adottate nelle 6 Regioni in
cui è diffusamente presente (Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto,
Trentino Alto Adige, Emilia) misure di contenimento e di estirpazione
definite dal Piano nazionale del Ministero dell’Ambiente.
Presenze sporadiche sono state censite il provincia di Udine e nel
Sassarese.
In Liguria è stata segnalata la presenza del Panace di Mantegazza
nell’estremo lembo occidentale dell’imperiese causata probabilmente da
un precedente acclimatamento nei Giardini Hanbury alla Mortola.
Il clima secco/arido mediterraneo poco si confà allo sviluppo della
pianta.
Giovanni Duglio
30 maggio 2024

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