A CURA DI DANIELE PESCI

All’interno del Parco del Beigua, nell’idilliaco percorso escursionistico presso Tiglieto costituito da una fitta rete di sentieri e mulattiere modellata dall’opera monacense, immersa in un paesaggio da fiaba circondato dal fiume Orba e capace di confondere i sensi umani con la sua vegetazione variopinta e cangiante, i suoi boschi odorosi di conifere, le sue tacite e verdi radure e i suoi bruni castagneti da frutto, si impone la medievale Abbazia di Santa Maria alla Croce, conosciuta gergalmente come Badia di Tiglieto.
Eretta il 18 ottobre 1120 da una comunità di monaci proveniente dalla località francese di La Ferté, l’abbazia fu la prima testimonianza sul suolo italiano della comunità cirtercense. Tale ordine, sorto nella nazione transalpina nel 1098, sposava uno stile di vita lontano dalle mondanità e dalla corruzione che lo portò ad isolarsi in monasteri in collina nei quali i monaci potevano dedicarsi indisturbati ad attività come la preghiera, la lettura liturgica e la meditazione.
Nel caso della Badia di Tiglieto, i religiosi si erano mostrati più moderati nei confronti di questo principio ascetico derivante dalla Regola di San Benedetto; la comunità, infatti, non distava dalle importanti vie di collegamento che giungevano alle città di Savona e Genova ma allo stesso tempo, pur concedendosi soluzioni più semplici per l’arrivo degli approvvigionamenti, continuava a vivere isolata, mantenendo il tradizionale stile cirstercense.
Sebbene non esistano documenti che riportano esattamente la data di fondazione della Badia, essa viene dedotta dalla pubblicazione di documenti successivi, tra i quali l’importante atto di proprietà del 1222 firmato dal marchese Anselmo del Bosco. E’ grazie alle sue donazioni, frutto sia del sentimento religioso che del desiderio personale di controllare la zona ed evitare il frazionamento dei beni, che l’abbazia poté godere di nuove terre coltivabili, vigne, mulini e distese di boschi.
Inoltre, i possedimenti dei monaci in breve tempo furono arricchiti dal bestiame di allevamento. Le disposizioni dell’abbazia contavano un numero illimitato di capre, pecore, agnelli, buoi, mucche e altri animali da cortile. E’ impressionante constatare da un documento risalente al 1227 che il gregge di pecore contava oltre 1170 unità. Per questa ragione, si arrivò ad un problema influente di spazio. Dove far pascolare le pecore? Una risposta di difficile attuazione legale, tanto che per questo motivo si aprì una disputa tra la Badia e la città di Alessandria, che accusò i monaci di far pascolare il gregge in una zona vietata adiacente alla città piemontese ma, contro le sue rosee aspettative, perse la causa.
Tuttavia, come si sa, i problemi non vengono mai uno alla volta. Nella mente dei Cistercensi cominciò a prendere vita questa cruciale domanda: come alimentare e dare da bere al bestiame sempre più numeroso? Ancora una volta si adoperarono per risolvere questo problema. Sfruttando l’uso dei mulini, costruirono canali sotterranei in grado sia di rendere fertili i terreni aridi e di fornire l’acqua per il bestiame.
Nella prima metà del tredicesimo secolo l’abbazia visse un periodo di crescita intensa, arricchita dall’interessamento economico dei papi per il mantenimento della struttura; con un numero di circa sessanta monaci la comunità era pienamente in grado di autosostenersi e gestire i propri possedimenti. Tuttavia la decadenza era dietro l’angolo ed iniziò proprio verso la fine del secolo. Molti dei monaci passarono a miglior vita e non furono sostituiti dalle nuove generazioni, tanto che nel 1301 nella Badia erano restati solo undici religiosi. Era inevitabile che non potessero gestire in modo adeguato tutti i terreni e badare al bestiame allo stesso tempo. I monaci furono costretti a vendere le proprietà e tale decadimento del prestigio e dei diritti precedentemente acquisiti espose l’abbazia ai soprusi delle comunità limitrofe. La situazione diviene tragica a partire dalla metà del XIV secolo. Per cercare di dare maggiore autorevolezza e dunque scongiurare i frequenti sequestri dovette frapporsi niente meno che Papa Benedetto XII, che nel 1341 si rivolse direttamente al monastero di Santa Marta di Genova per costringerlo a restituire i terreni sottratti illegalmente alla Badia. Nonostante altri autorevoli interventi, un’inesauribile serie di controversie, cessioni, locazioni e prestiti portarono l’autogestione del monastero ad una fine ormai certa. Infatti, nel 1442 venne designato quale abate commendatario di Tiglieto, il cardinale Giorgio Fieschi, già arcivescovo di Genova, che prese possesso del monastero e delle sue dipendenze con i relativi diritti. Il cambio di gestione portò al graduale allontanamento dei monaci e ben presto il complesso divenne ad uso esclusivo del Fieschi e dei suoi altri familiari. Tuttavia la popolazione non accettò mai l’assidua presenza di colui che veniva considerato come un fastidioso intruso. Infatti, attraverso atti ribelli ed istanze alle alte cariche religiose, si oppose così strenuamente alla sua presenza al punto che nel 1447 il Fieschi, stanco delle continue molestie alla sua quiete, restituì la Badia nelle mani del Papa. Il successore designato dal Pontefice, Giovanni Bisaccia, godeva di una buona stima da parte della popolazione locale ed in breve tempo contribuì a dare nuovo smalto al complesso, portandolo a riacquisire alcuni dei diritti persi nel tempo. La sua azione tuttavia non durò che quattro anni: nel 1451 venne scomunicato dal Papa, probabilmente su insistenza della famiglia dei Fieschi. Senza una guida capace di portare avanti una buona gestione, per un altro secolo e mezzo il complesso subì le azioni esterne di appropriazione indebita fino ad arrivare al saccheggio del luglio del 1583 da parte del Duca di Mantova, in lotta con la comunità di Sassello. La svolta finale si ebbe proprio nell’anno della pace di Vestfalia: il 1648 è infatti un anno di grandiose innovazioni per l’abbazia che divenne proprietà dei Raggi. Da questo periodo in poi la famiglia si interessò in prima persona della gestione del complesso, migliorando i rapporti con la popolazione del territorio circostante e portando indubbi vantaggi per la sua economia.
Il luogo immerso nella natura, al di là della sua bellezza unica, è un vanto per la comunità di Tiglieto ed in particolare un immancabile tappa antica, una perla nel verde di mattoni e vetrate che rende ancora una volta i genovesi degli avanguardisti in ambito storico-culturale.
