UN GIORNO SUGLI SPALTI IN EPOCA ROMANA

A CURA DI DANIELE PESCI

Civiltà romana, terzo secolo avanti Cristo. Gli spettacoli occupavano un luogo preponderante nella mentalità del tempo. La puntualità del pubblico, l’ossessiva preparazione dei gladiatori prima di scendere nell’arena, la fiumara pulsante ed eterogenea di corpi caldi che si accalcava all’ingresso dei teatri e del Foro, prima ancora che Vespasiano progettasse la costruzione del magnifico Anfiteatro Flavio, erano la routinaria normalità nei giorni di festa.

C’era un’assidua sponsorizzazione dell’evento perchè, anche se l’attesa dei giorni di festa era manifesta, la necessità che partecipassero quante più persone possibili premeva gli organizzatori, che non erano disposti a perdere neanche un sesterzio sugli investimenti fatti. Le informazioni erano contenute per stimolare la curiosità dei paganti. Si comunicavano notizie riguardo il motivo dell’evento, il nome del magistrato o del facoltoso che l’aveva organizzato, quello dei gladiatori che si sarebbero sfidati (certo che la battaglia sarebbe stata lunga) e delle fazioni in lotta. 

Partecipare agli spettacoli per i romani era far parte di una comunità civica, significava adottare uno stile di vita di aggregazione. Ma esistevano molte contraddizioni. La marcata differenziazione sociale tra patrizi e plebei creava rabbia, repressione, odio. Questi stati d’animo profondamente rancorosi uscivano poi tutti d’un fiato durante il vivo della battaglia, urlati a squarciagola dai popolani dagli spalti. 

Esistevano delle gerarchie che non potevano essere oltraggiate: la più comune era la disposizione dei posti in base alla categoria sociale. I posti migliori erano per i senatori, mentre i più lontani e meno agevoli per la plebe. Così come la popolazione era eterogenea, così anche gli spettacoli erano di diverso tipo: in serie c’erano i ludi circenses, le corse con i carri, i ludi scaenici, rappresentazioni teatrali drammatiche, gli spettacoli navali con l’installazione di un bacino idrico, i ludi funebri organizzati per uomini di prestigio, i cosiddetti Munera, di particolare interesse. In origine la pratica dei Munera era molto semplice: alla divinità romana si offriva un sacrificio in cambio della salvezza del defunto. Con la convinzione che il sangue umano purificasse l’anima del morto, gli organizzatori compravano per l’occasione uno o più schiavi da immolare per la giusta causa; Sicuro che loro, a differenza del defunto, sempre che il prodigio si fosse avverato sul serio, non avrebbero potuto ricavarne niente se non la morte. Quando la pratica del sacrificio umano divenne troppo crudele, allora si passò a far combattere davanti alle tombe i gladiatori. Prima di cominciare la lotta, in un canovaccio di patetismo e cinismo, essi dovevano illustrare le virtù di forza, coraggio e determinazione che avevano fatto grande Roma e che il defunto di turno aveva mostrato in vita.  

Anche le corse coi carri erano apprezzate dal pubblico. Sebbene possa sembrare un’attività più tranquilla, portava con sé numerosi rischi. D’altronde che senso avrebbe avuto per i Romani assistere ad uno spettacolo noioso? Quattro scuderie si sfidavano per contendersi la vittoria. Quando il mecenate dava il via, gli aurighi si rincorrevano per il perimetro del Circo Massimo, spintonando e urtandosi l’un con l’altro. Cadute e investimenti si alternavano sulla polvere del Circo. Chi non veniva ucciso dalle ruote dei carri o dagli scontri contro le pietre delle pareti finiva mutilato o con gravi lesioni. Ma c’era sempre un aurigo disposto a gareggiare. Il montepremi era molto alto e per tanti giovani la vetta del successo era certamente più importante che una vita mediocre in salute. 

Ma ciò che faceva realmente andare in visibilio il pubblico erano i combattimenti tra gladiatori e animali. Con l’espansione dei confini romani, nell’Urbe furono importate nuove specie esotiche che poi venivano impiegate nell’arena. La loro salvaguardia non era molto praticata ai tempi dell’antica Roma. Più aumentavano le vittorie delle spedizioni militari, più animali giungevano nell’Urbe, finendo conseguentemente per soccombere negli spettacoli di dubbio gusto. Nel 275 a.C. il console Curio Dentato, celebrando la vittoria su Pirro, portò per la prima volta a Roma gli elefanti indiani, mentre vent’anni dopo giunsero quelli africani direttamente dalla Sicilia, dopo la vittoria di Cecilio Metello sui Cartaginesi. Secondo le testimonianze di Tacito, Il vezzo fu tale che pochi anni più tardi questi elefanti furono abbattuti in quanto troppo grandi per essere utili a qualcosa. 

Ma se in alcune occasioni erano gli uomini a uccidere gli animali, in altri casi avveniva l’esatto contrario. A partire dal 167 a.C. il sadico Aemilius Paullus aprì una nuova stagione di caccia: quella all’essere umano. Disertori e prigionieri erano spogliati e offerti come pasto alle belve feroci, generalmente pantere e leoni, che banchettavano allegramente sotto le urla e le risate del pubblico in visibilio per la buffa impotenza che i malcapitati mostravano tentando senza successo di salvarsi. Il successo dell’iniziativa fu tale che con l’apertura dei giochi di Scipione Emiliano del 146 a.C divenne una sezione fissa del programma ed estesa anche agli schiavi condannati a morte, giustamente o ingiustamente non si sa.  

Nel 264 a.C., anno d’inizio della Prima Guerra Punica, comparvero per la prima volta i combattimenti tra i gladiatori. Ma fu la battaglia di Canne del 216 a.C. a dare inizio alla grande diffusione dell’evento. La più truce sconfitta della Repubblica Romana era stata una sentenza di morte per l’ex console Emilio Lepido, che doveva essere omaggiato per il suo coraggio in battaglia nel modo più alto possibile. Durante i giochi funebri in suo onore, i tre figli del defunto fecero combattere nell’arena niente meno che quarantaquattro gladiatori in tre giorni. Era stato un evento di notevole importanza che doveva per forza avere un lungo corso. E così avvenne negli anni a seguire. Il combattimento tra gladiatori divenne una moda inossidabile e una morbosa ossessione di spettacolo e sangue alla quale controversi personaggi come Caligola, Nerone e Commodo non poterono fare a meno, a costo di mandare sul lastrico l’Impero.  

Il fascino del combattimento crebbe. Alcuni politici decisero di sfruttare l’evento per ottenere il consenso popolare assieme ad una piccola tariffa extra. Nel 122 a.C. durante i giochi estivi alcuni magistrati tentati dalla loro avidità avevano fatto costruire una tribuna per far pagare appositamente gli spettatori. Ma Caio Gracco, allora il più importante tribuno della plebe, sempre dalla parte degli uomini più modesti, si oppose. Inascoltato, passò direttamente all’azione muovendosi nel buio, aiutato dal solo alone argenteo della luna che dominava la città. Nella notte precedente l’evento fece smontare i palchi per offrire gli ambiti posti gratuiti. Il popolo reagì con entusiasmo, ma osò mettere i bastoni tra le ruote dei potenti e come conseguenza non fu rieletto. 

Le rappresentazioni dei gladiatori raggiunsero il massimo splendore con l’impero di Augusto. Si dice che fosse appassionato a tal punto da organizzare un vero e proprio calendario destinato ai combattimenti nelle grandi arene che si dovevano svolgere tra Dicembre, mese dei Saturnalia, una ricorrenza carnevalesca dedicata alla pace, e Marzo nell’ambito del Quinquatrus, la festa di Pasqua. L’incontrollato entusiasmo del pubblico era ai massimi storici fino a quando Tiberio non diventò imperatore. 

Tiberio era un uomo chiuso, depresso, e soprattutto un gran taccagno. Non che corrispondesse al 100% al profilo di Zio Paperone, ma ci andava molto vicino. Nell’antica Roma non esisteva l’usanza di fare il bagno nei soldi, ma se ci fosse stata Tiberio sarebbe stato probabilmente uno dei primi ad aderirvi.  La prima manovra che mise in atto fu quella di sospendere i fondi per l’organizzazione dei combattimenti tra gladiatori. Niente più spettacoli nelle arene, niente più festeggiamenti per le ricorrenze dedicate agli Dei, niente più entusiasmo cittadino per le strade di Roma. Il disprezzo dell’imperatore fu tale che nel 37, dopo la sua morte, il senato dovette persuadere il popolo dall’idea di gettare il suo cadavere nel Tevere. Ma già durante il governo di Tiberio altri mecenati si muovevano per organizzare spettacoli clandestini ricavando ottimi guadagni dagli incassi, fino a quando l’ombra della tragedia fece calare il sipario su tutto. Nel 27 a Fidene, al nord di Roma, un liberto, un certo Atilio, organizzò uno spettacolo in uno stadio di legno. Migliaia di spettatori si accalcarono per partecipare all’evento. A quel tempo le misure di controllo e manutenzione sugli edifici di provincia erano scarse, se non inesistenti. Gli edifici di legno come le Insulae, interi isolati in cui vivevano i plebei, erano vittime di crolli ed incendi. Fatto sta che sotto il peso degli spettatori il teatro venne giù, lasciandosi dietro, secondo le testimonianze di Tacito, oltre 50 mila tra morti e feriti.  

L’arena non era l’unico luogo in cui i gladiatori si battevano. Poteva capitare che i patrizi più facoltosi organizzassero dei banchetti ed invitassero amici, parenti e politici. Durante questi banchetti veniva allestita una zona aperta dove i due gladiatori potevano sfidarsi. Era uno spettacolo cruento al quale i commensali rispondevano con grande gusto e apprezzamento. Neanche il sangue che sgorgava copiosamente dai corpi tumefatti dei due combattenti turbava le loro pance piene di cibo e vino, che continuavano a gonfiarsi, a gonfiarsi e a gonfiarsi fino a raggiungere le dimensioni di una vecchia botte che va perdendo schegge di legno. Quando poi uno dei due veniva sgozzato dal vincitore, il crudo spettacolo veniva accompagnato da applausi e risate a bocca piena. In questo teatrino ben congegnato c’era anche spazio per la perversione. Non era infatti insolito che qualche patrizio chiedesse che le loro ancelle si picchiassero tra di loro o che qualche pedofilo (la pratica della pedofilia era un’attitudine legale) utilizzasse come sfidanti i bambini che teneva come amanti. 

I banchetti erano una vetrina di lusso per i gladiatori. Notate le loro capacità combattive, c’era sempre qualche uomo di potere disposto ad ingaggiarli per scopi individuali. Molti senatori arrivarono a costituire dei piccoli eserciti personali con lo scopo di esercitare una forte pressione politica. Se la ribellione degli schiavi condotta da Spartaco del 73 a.C. aveva messo in allarme alcune cariche politiche riguardo il coraggio e la forza incontrollata dei gladiatori, molti altri ne erano rimasti impressionati positivamente. Catilina era stato uno di questi. Sconfitto già due volte alle elezioni consolari, grazie alle arringhe di un emergente e brillante avvocato, Cicerone, Catilina aveva pensato che il suo fallimento come oratore potesse trasformarsi in successo con l’uso della forza. Nel 63 a.C. reclutò allora un esercito di gladiatori con l’intento di rovesciare lo Stato che tanto lo aveva ostacolato nella sua volontà di governare. Colmo di odio e rabbia nei confronti della Repubblica, con il suo piccolo esercito si rifugiò a Pistoia per ultimare il piano di attacco. Ma il governo di Roma, non disposto a concedergli altro tempo, intercettò il suo esercito personale, bloccandogli l’accesso agli appennini. Conscio di una morte certa, Catilina decise lo stesso di battersi con coraggio fino alla morte. La mattina del 5 gennaio 62 a.C. l’esercito romano poté dichiarare di aver eliminato il grande nemico della Repubblica e ciò che rimaneva del suo esercito. 

Come avete potuto immaginare in questo breve percorso, la vita nell’antica Roma era difficile, cruda, imprevedibile, si viveva ben poco e quel poco doveva essere ricompensato in qualche modo. Gli spettacoli nei giorni di festa erano la via più immediata per sanare questa paura, che veniva trasformata in entusiasmo e coraggio. Nell’antica Roma la via di fuga era l’illusione del momento che prendeva forma grazie ai combattimenti nell’arena, perché, per quanto la mattina seguente potesse essere crudele, per chi non aveva niente diventava l’unica ragione per sentirsi veramente vivo. 

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