SUPERSTIZIONE E FOLLIA: LO STRANO CASO DI LEONARDA CIANCIULLI

A CURA DI DANIELE PESCI

Parliamo, questa volta, di un particolare contesto storico foriero di eventi che altrimenti non sarebbero possibili in un altro momento. E’ il caso di un conflitto mondiale ed in particolare dell’occupazione nazista nel nostro paese. Quando il contorno diventa niente, tutto passa in secondo piano. E’ proprio in quella zona offuscata dalla grande nebbia che ogni azione diventa possibile, che si tratti di un furto di bestiame o di una serie di omicidi. 

Ma non è solo il contesto storico a rendere possibili certi eventi, serve un terreno fertile che li faccia nascere e poi maturare. In una società distrutta dagli eccidi della guerra e condizionata dalle credenze, dalla superstizione e dall’ignoranza prende vita la storia di Leonarda Cianciulli, che per i suoi misfatti passerà alla storia come “La saponificatrice di Correggio”. 

Quando venne dichiarata insana di mente e rinchiusa nel manicomio di Aversa nel 1946 scrisse un memoriale dal titolo “Confessioni di una mente amareggiata”. Seppur da prendere con le pinze, questa sorta di diario è stato utilizzato per tracciare gli eventi della sua vita che racconterò in questo articolo della rubrica “I volti della storia”. 

Leonarda Cianciulli nacque a Montella, un piccolo paesino dell’Irpinia il 18 aprile 1894 dall’unione di Mariano Cianciulli, un allevatore di bestiame, e la vedova Serafina Merano. L’infanzia di Leonarda non fu facile, ultima di sei figli, viveva in una costante condizione economica precaria, oltre a soffrire di una forte forma di epilessia che la condizionò per il resto della sua vita. A 23 anni convolò a nozze con Raffaele Pansardi, originario della provincia di Potenza ed ebbe con lui diciassette figli. Gli sposi si spostarono prima a Lauria e successivamente a Lacedonia. In quei tempi le precarie condizioni di salute non consentivano una cura adeguata della prole e, così, nell’arco di pochi anni Leonarda perse tredici dei suoi figli. Credendo di essere vittima di una maledizione lanciata dalla madre nel letto di morte, iniziò ad appassionarsi alla magia nera e alla stregoneria, con l’ossessione di difendere i suoi figli a qualsiasi prezzo. Nelle sue memorie si legge: 

«Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche, inghiottite una dopo l’altra dalla terra nera… per questo ho studiato magia, ho letto libri che parlano di chiromanzia, astrologia, scongiuri, fatture, spiritismo: volevo apprendere tutto sui sortilegi per riuscire a neutralizzarli».

A causa della sua vita fatta di espedienti, piccole truffe, furti e del suo spirito ribelle e libertino, Leonarda venne ben presto emarginata dai suoi compaesani, non disposti ad interagire con lei. Come risposta alla solitudine che la circondava, si gettò a capofitto nella lettura dei suoi libri di stregoneria e nell’educazione dei suoi figli, in particolare del maggiore, Giuseppe. Il rapporto era morboso e ossessivo, ai limiti della segregazione. La paura di perderlo vinceva su qualsiasi altra emozione. 

Tuttavia fu un evento naturale a rompere questa solitudine. Il terremoto del Vulture del 1930 costrinse la famiglia Pansardi a cercare maggiore fortuna altrove. Così, alla soglia dei 35 anni, con la sua sola valigia di cartone, Leonarda trovò ospitalità a Correggio, un piccolo paesino in provincia di Reggio Emilia. Qui seppe ritrovare nuova armonia. Per sopperire alla modesta paga del marito, impiegato all’ufficio del registro per sole 850 lire al mese, utilizzò i fondi del risarcimento alle vittime del sisma per aprire un piccolo, ma fiorente commercio di mobili e vestiti, unendo all’attività anche dei piccoli servizi di chiromanzia ed astrologia. 

Tra un discorso e l’altro e grazie ad uno spirito imprenditoriale che raramente si manifestava in un piccolo centro come quello di Correggio, attrasse a sé i curiosi compaesani, intrattenendoli con storie ed aneddoti. Per la sua affabilità, i suoi modi eccentrici, la sua generosità e il forte attaccamento al partito fascista, Leonarda divenne ben presto rispettata e stimata dalla comunità locale. In particolare, tre vedove sole e non più giovani andavano spesso a trovarla per godere della sua ottima cucina e degli squisiti pasticcini che preparava in quantità industriale. Leonarda iniziò a stringere un forte legame con le signore mature, che le raccontarono ogni episodio della loro vita, dei loro sogni, delle loro ambizioni future e dei risparmi che tenevano in banca. E, da buona ascoltatrice qual era, la Cianciulli acquisì tutte le informazioni necessarie per farle cadere in trappola. 

Era da poco scoppiato il secondo conflitto mondiale. Hitler aveva invaso la Polonia e, nel mentre, Mussolini aspettava nel decidere se entrare al suo fianco. Ma già il Duce si stava organizzando per inasprire le pratiche per il servizio di leva. Ogni giorno per i giovani maggiorenni poteva essere quello giusto. Il figlio Giuseppe, studente di lettere all’Università di Milano, correva il rischio di essere richiamato al fronte. 

Leonarda cadde in un profondo sconforto, non riusciva ad accettare che il figlio potesse ritrovarsi in battaglia colpito a morte dai proiettili e dallo scoppio delle bombe. Fu allora che ritrovò un parziale equilibrio grazie alla magia nera. Durante il processo del 1946 raccontò che sua madre le apparve in sogno, assicurandole che, per scongiurare il pericolo di morte, servissero niente meno che diversi sacrifici umani. 

Leonarda aveva già individuato nelle tre vedove le sue potenziali vittime. Tra il 1939 ed il 1941 le donne scomparvero. Da un giorno all’altro non si ebbero più notizie di dove fossero. Differentemente da quanto pensava la Cianciulli, una di loro, la signora Cacioppo, ex cantante lirica, conservava ancora delle amicizie intime che mai si sarebbero disinteressate della sua sparizione. I pettegolezzi spellavano le labbra delle comari del paese fino ad arrivare alla questura di Reggio Emilia. Al commissario Serrao furono affidate le indagini. Il pubblico ufficiale non era uno sprovveduto e, seguendo la pista delle conoscenze più prossime alle vittime, arrivò a bussare alla porta della Cianciulli che si presentò sulla soglia con i suoi 150 centimetri di altezza e 50 chili di peso. Esistevano molte prove a suo carico, ma la corporatura esile e la bassa statura instillarono qualche dubbio in Serrao che decise di proseguire le indagini seguendo un’altra pista. Intanto il questore di Reggio Emilia era arrivato a rintracciare un Buono del Tesoro appartenente alla Cacioppo presentato al Banco di San Prospero dal parroco Adelmo Frattini che, convocato in questura, disse di averlo ricevuto da un certo Abelardo Spinabelli, che, a sua volta, lo aveva ottenuto dalla Cianciulli per il saldo di un debito. Il commissario Serrao, seguendo le indicazioni del questore, iniziò a sospettare il reato di associazione a delinquere e mise sul taccuino degli indiziati anche il figlio Giuseppe, che aveva spedito lettere da Piacenza scambiandosi per la vittima con lo scopo di depistare le indagini. Braccata dagli eventi e timorosa di una condanna del figlio, la Cianciulli confessò gli omicidi. Raccontò a Serrao ogni minimo dettaglio, di come si costruì il pretesto per uccidere, come uccise le tre vittime e come si sbarazzò dei corpi. 

Come per le altre, per la vedova Cacioppo riservò un trattamento speciale: dopo averle promesso un impiego a Firenze come segretaria di un misterioso impresario teatrale con l’ipotesi di un possibile futuro ingaggio e averla costretta ad affidarle tutti i suoi averi che poi avrebbe riavuto una volta a Firenze, il 30 novembre 1940 l’attrasse nel suo appartamento con la scusa di sbrigare le ultime pratiche. Dalla cucina la Cianciulli uscì con una grande ascia per una sola destinazione: la testa della ex cantante lirica. Poi raccolse il sangue in un catino, distrusse il corpo facendolo bollire in un pentolone con la soda caustica portata a trecento gradi e con il grasso assieme all’allume di rocca e alla pece greca modellò delle saponette. Il sangue invece fu fatto seccare, mischiato al latte e al cioccolato per fare biscotti, che vennero offerti ai figli con lo scopo di scongiurare la loro morte. In una sorta di sortilegio mitologico che ricordava la dea Teti, il sangue delle vittime avrebbe reso immortale la sua prole. Della Cacioppo la Cianciulli ebbe a dire: 

«Finì nel pentolone, come le altre due, ma la sua carne era grassa e bianca: quando fu disciolta vi aggiunsi un flacone di colonia e, dopo una lunga bollitura, ne vennero fuori delle saponette cremose. Le diedi in omaggio a vicine e conoscenti. Anche i dolci furono migliori: quella donna era veramente dolce».

Il processo si tenne poco dopo la nascita della Repubblica, il 12 giugno 1946. Seguendo le teorie allora dominanti di Cesare Lombroso, la perizia del direttore del manicomio di Aversa, Filippo Saporito, riuscì a convincere la giuria di una seminfermità mentale dell’imputata, causata da una psicosi-isterica. La sentenza venne pronunciata il 20 luglio dello stesso anno. La Cianciulli fu condannata al ricovero in un manicomio criminale per almeno tre anni e a trent’anni di reclusione. Per la seminfermità mentale fu esclusa la premeditazione. 

Il 15 ottobre 1970 all’età di 76 anni, la Cianciulli morì per una apoplessia cerebrale nel manicomio di Pozzuoli. Fu sepolta in una tomba per poveri e mai più reclamata. I suoi resti finirono nell’ossario del cimitero di Pozzuoli. Una suora del carcere ebbe a dire su di lei: 

«Malgrado gli scarsi mezzi di cui disponevamo preparava dolci gustosissimi, che però nessuna detenuta mai si azzardava a mangiare. Credevano che contenessero qualche sostanza magica.»

Nessun epitaffio fu scritto sulla sua lapide. Leonarda Cianciulli morì dimenticata. Fu il suo diario a riesumarla anni dopo dal sonno eterno e a farla entrare nella storia come la metafora di un insieme di credenze e superstizioni che fino a poche decadi fa dominavano  il nostro paese nel nome dell’ignoranza.   

Grazie per la lettura e alla prossima Puntata 

Daniele Pesci

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