Di FRANCESCO GIOLFO
Con questo articolo si apre nella nostra rubrica un nuovo indirizzo: quello delle storie popolari che hanno gremito il passato della nostra gente di paure e di oscurità. Eccovi il racconto di uno dei nostri giovani protagonisti della ricerca storica: Francesco Giolfo. Non si tratta di una fiaba: il lupo di Cappuccetto Rosso non ha nulla a che vedere con il terrore ispirato nei contadini del tempo dagli eventi che verranno descritti di seguito. E’ una storia, ma la storia di qualcosa accaduto realmente. Bene! Ora prepariamoci alla lettura immaginando di essere in una di quelle campagne durante una serata di tardo autunno in una stanza circondata da mura di fredda pietra scarsamente rischiarate da un tremolante lume appeso al soffitto. Attorno altri come noi, seduti sul pancone di legno, in silenzio, con gli occhi spalancati, in trepida aspettativa.
Ci siamo tutti? Bene allora possiamo partire col racconto del nostro non più Francesco, ma dato il luogo: Francois!
LA BESTIA DEL GEVAUDAN ( PARTE PRIMA )

Nel cuore della Francia del XVIII secolo, tra le foreste oscure e i pendii ripidi delle montagne del Gévaudan, si muove furtiva una creatura il cui nome attraverserà i secoli avvolto nel mistero e nel terrore. Non è un lupo, ma caccia e agisce come tale. Non è un demone, però in molti giurano di averlo visto con occhi infuocati e denti affilati come lame. Tra il 1764 e il 1767, un’ombra strisciante semina il panico in una delle regioni più remote del regno di Francia, lasciando dietro di sé una scia di sangue, morte, paura e leggenda. Contadini, donne, bambini: nessuno era al sicuro. Le cronache parlano di oltre un centinaio di vittime, mutilate con una ferocia che nessun animale conosciuto, per quanto selvaggio, avrebbe potuto infliggere. Le autorità brancolano nel buio e costringono il Re Luigi XV ad intervenire, ma la Bestia continua a colpire e a scomparire repentina nell’oscurità.
Si tratta di un comune lupo feroce e folle, o di qualcosa di più inspiegabile e innaturale? Un esperimento sfuggito da un laboratorio? Un assassino travestito da bestia ? O un castigo di Dio per punire l’umanità ? Oggi, a distanza di più di due secoli, la Bestia del Gévaudan rimane uno dei più affascinanti ed enigmatici avvenimenti storici dell’Europa moderna. Tra resoconti ufficiali, dicerie popolari e teorie moderne, il confine tra realtà e leggenda è più che mai sottile, quasi impercettibile. In questo articolo esploreremo i fatti, i protagonisti, le ipotesi e il contesto storico di un evento carico di tensione e che tende a farci riflettere su un inquietante interrogativo : sarà stata davvero sconfitta ?
Origini e primi attacchi (estate 1764)
Nel giugno del 1764, nelle foreste e sulle alture del Gévaudan (oggi dipartimenti di Lozère e Haute-Loire), un fatto sconvolge l’apparente tranquillità degli abitanti. Una pastorella quattordicenne, Jeanne Boulet, mentre porta al pascolo le mucche della famiglia viene aggredita, uccisa e in parte divorata vicino a Langogne da una bestia mai vista prima. In un ambiente del genere il pericolo dei lupi era ancora molto comune, questi si spostano e cacciano in branco, attaccano le greggi, ma ogni tanto spinti dalla fame divorano anche esseri umani. L’episodio in questione però non è come tutti gli altri e già il giorno successivo, quando viene ritrovato il cadavere della povera ragazzina, in paese non si parla d’altro. Jeanne Boulet riporta ferite così profonde che il suo corpo è pressoché irriconoscibile.
Alcuni paesani si ricordano che non è la prima volta che succede : poco tempo prima una ragazza di un villaggio vicino era stata aggredita da una bestia sbucata all’improvviso dalla vegetazione. Fortunatamente le mucche che stava conducendo al pascolo contrattaccano difendendola. L’animale viene descritto da questa giovane “come un lupo, eppure non un lupo”; insomma, quello che si verifica in quell’estate del 1764 non è un comune attacco di lupo. Ad agosto il numero dei morti cresce di giorno in giorno. Le autorità locali allertano la popolazione, esortando le famiglie a non inviare da soli i ragazzini al pascolo, e stimolando
invece i cacciatori a farsi avanti per abbattere l’animale. Nonostante queste prime precauzioni le campagne del Gévaudan saranno tinte dal sangue per i successivi tre anni. Uno studio del 1987 conta in totale 210 aggressioni, con 113 vittime – 98 delle quali parzialmente divorate – e 49 feriti durante gli anni degli attacchi.
Descrizioni dell’animale e reazioni popolari
La popolazione del Gévaudan, composta perlopiù da contadini, pastori ed ecclesiastici, si trova impreparata a fronteggiare la minaccia e completamente sguarnita. L’animale che devasta campagne e villaggi si muove con una rapidità e una ferocia fuori dal comune, tanto da far pensare alla popolazione che si tratti di una bestia mandata dal divino con capacità soprannaturali. In pochi mesi, la “Bestia” diventa il fulcro di un incubo collettivo e, agli occhi degli studiosi contemporanei, di una sorta di isteria di massa. La Gazette de France, uno dei giornali ufficiali della monarchia, inizia a riferire con costanza e precisione il luogo dei nuovi attacchi, facendo giungere la notizia in gran parte del Regno. Le descrizioni della creatura riportate variano da sopravvissuto a sopravvissuto, ma condividono tratti ricorrenti: un corpo ben più grande e robusto di un lupo comune; un muso affusolato, non dissimile a quello di un levriero; denti affilati come lame; orecchie dritte e appuntite; occhi infuocati; arti posteriori più lunghi degli anteriori e una coda lunga simile a quella di un felino.
Alcuni testimoni parlano di un manto fulvo con strisce nere lungo il dorso e una macchia bianca sul petto “a forma di cuore” – un dettaglio che ritorna spesso nei racconti, come una sorta di sigillo maledetto, alimentando ancora di più la teoria di una “bestia del divino”. Il panico dilaga tanto da portare i parroci locali a parlare della Bestia durante le omelie domenicali: viene definita come una rappresentazione del castigo divino, un emissario infernale inviato sulla terra con lo scopo di punire gli uomini per la loro empietà. Intanto, nei villaggi, si organizzano ronde armate, i bambini vengono accompagnati da adulti al pascolo, e si moltiplicano i riti religiosi per chiedere protezione. Le donne e i giovani diventano le vittime preferite dall’animale, forse per la loro fragilità fisica, ma anche perché più spesso esposti nei campi o lungo i sentieri boschivi. La paura non è solo circoscritta alle zone rurali e degli attacchi. Le notizie raggiungono Parigi e la corte di Versailles, dove si fa strada la voce di una creatura “che non ha eguali nella Creazione”. La Bestia non è più solo un problema locale: è diventata un affare di Stato.
L’intervento della Corona: dragoni, cacciatori reali e cacce fallite (1764–1765)
Davanti al moltiplicarsi delle vittime e all’impotenza delle autorità locali, il re Luigi XV decide di intervenire con decisione. Come prima istanza ordina che siano inviati in Gévaudan alcuni reparti di cavalleria leggera: il corpo dei Dragoni di Clermont, cavalieri d’élite con il compito di pattugliare la regione giorno e notte, e organizzare battute di caccia. Sopraggiungono sul luogo alla fine del 1764, e il loro arrivo viene accolto con speranza dalla popolazione, ma si rivela ben presto inefficace: l’animale continua a fare strage, eludendo anche le ronde armate a cavallo. Uno dei comandanti incaricati è il capitano Jean-Baptiste Duhamel, un ufficiale esperto ma con poca esperienza nella caccia.
Ben presto si ritrova a guidare un “esercito” eterogeneo e mal organizzato, composto da dragoni, volontari locali e semplici contadini armati con attrezzi da lavoro. Nonostante le sue buone intenzioni, Duhamel si scontra con il territorio impervio : la fitta vegetazione, i pendii scoscesi e l’impossibilità di utilizzare le tattiche militari convenzionali. I suoi uomini sono mal addestrati alla caccia e, spesso, più d’intralcio che d’aiuto. Duhamel organizza battute imponenti, posiziona trappole, colloca esche, promette ricompense. In un’occasione tenta persino di attirare la Bestia usando ragazze giovani come esca, protette da soldati armati ben nascosti: un piano tanto audace quanto opinabile, che però si rivela inefficace. Le cronache riferiscono che, in più occasioni, la Bestia sembra quasi prendersi gioco degli inseguitori, sfuggendo a ogni tentativo di braccarla con un’astuzia propria dell’uomo.
Nel frattempo, la stampa satirica parigina inizia a ridicolizzare l’incompetenza e l’inconcludenza delle azioni dell’esercito: la “Bête du Gévaudan” diventa oggetto di caricature e ironia, in cui si sottolinea come un’intera compagnia di soldati non sia in grado a scovare e ad uccidere un solo animale. Alla fine del 1764 Duhamel viene rimosso dal comando e sostituito. L’anno successivo, Luigi XV prende una decisione drastica, che secondo lui avrebbe messo la parola fine sull’intera questione: invia in Gévaudan François Antoine de Beauterne, il “porte-arquebuse du Roi”, cacciatore ufficiale di corte. Accompagnato dal figlio, dal figlio adottivo e da una squadra di tiratori scelti, Beauterne, ha la piena autorità reale per agire.
Nel settembre del 1765, vicino a Saint-Julien-des-Chazes, Antoine abbatte un enorme lupo che, almeno apparentemente, corrisponde alla descrizione della Bestia. Lo fa imbalsamare, lo presenta a corte ricevendo ricompense e omaggi dal re che, certo dell’esito favorevole, diffonde pubblicamente la notizia. La caccia sembra conclusa, ma la realtà è ben diversa: pochi mesi dopo, la Bestia, torna a colpire. ( CONTINUA )
