La bestia del Gevaudan (parte seconda)

Di Francesco Giolfo


Jean Chastel e l’epilogo della caccia: la fine della Bestia? (1767)

Nonostante il trionfo proclamato dalla corte e l’esposizione dell’animale abbattuto da François Antoine come trofeo a Versailles, gli attacchi non cessano. Tre mesi dopo, nell’ottobre del 1765, la Bestia torna a seminare panico e morte tra la popolazione, lasciando le povere salme dilaniate e difficili da riconoscere. Le vittime aumentano a dismisura, gli abitanti del Gévaudan sentono che neppure le migliori truppe del sovrano e nessuna autorità locale possa difenderli. Inoltre, Luigi XV, ormai imbarazzato dal fallimento delle operazioni precedenti, si disinteressa del caso.

Con la monarchia che rimane in disparte, lontana dal problema, sono però le stesse istituzioni del Gévaudan a riprendere in mano la situazione. È il marqués d’Apcher, giovane nobile della regione, a organizzare e dirigere una serie di nuove battute di caccia nel 1767, mobilitando volontari, boscaioli, pastori e alcuni tra i più esperti cacciatori della zona. Tra questi si distingue un nome che diventerà tutt’uno con la leggenda della Bestia: Jean Chastel. Chastel è un contadino anziano, rude e taciturno, descritto dai suoi contemporanei come un uomo religioso e solitario, ma dotato di grande abilità e precisione con le armi da fuoco. Durante le prime battute di caccia era già stato coinvolto, ma secondo alcune testimonianze sarebbe stato incarcerato per un breve periodo da Duhamel nel 1765 per aver ostacolato le operazioni dei dragoni. La sua figura oscilla tra verità documentata e mito popolare.

Il 19 giugno 1767, durante una delle battute di caccia quotidiane, Chastel presidiava la foresta di Mont Mouchet, nella zona di Sogne-d’Auvers. La tradizione narra che, prima di premere il grilletto, egli reciti una preghiera e inserisca nella canna del fucile tre proiettili benedetti. Appena la creatura si trova sotto tiro, spara una sola volta: la Bestia stramazza a terra, freddata sul colpo. Il corpo viene analizzato sul posto. Secondo il Rapporto Marin, redatto da un notaio presente sulla scena, si tratta di un grosso canide, ma “straordinario” per forma e proporzioni. Alcuni testimoni parlano di un animale con tratti mai visti prima : mascelle decisamente più ampie rispetto ad un comune lupo , torace possente e artigli enormi. I resti vengono trasportati temporaneamente a Saugues; sulla strada della loro successiva meta, Versailles, vanno però in decomposizione, impedendo perciò di sottoporli ad una attenta autopsia. Da quel giorno, gli attacchi cessarono del tutto . Il Gévaudan ritorna ad essere un distretto tranquillo, anche se il trauma resta scolpito nella memoria degli abitanti. Jean Chastel riceve una ricompensa di tutto rispetto, 72 livres (circa 950-1000 € odierni) , e torna alla sua vita semplice. 

Come in tutte le storie tra realtà e leggende, attorno a lui si costruisce presto una mitologia popolare: c’è chi lo definisce “il cacciatore scelto da Dio”, chi sostiene che conoscesse chi o cosa si celasse dietro l’identità della “Bestia”, o che addirittura che l’avesse allevata lui stesso, salvo poi pentirsene vista la scia di morti che essa stava lasciando tra le campagne francesi. La verità si perde tra testimonianze contraddittorie e silenzi carichi, come se tutti sapessero qualcosa ma nessuno osasse parlare. Ma una cosa è certa: dopo l’abbattimento di Jean Chastel, la Bestia del Gévaudan non torna mai più.


Teorie moderne e interpretazioni

Gli studiosi contemporanei che si sono interessati alla vicenda, chiamano in causa motivi psicologici e zoologici. L’isteria collettiva diffonde racconti soprannaturali, mentre la quasi totale assenza di prove concrete fa propendere per l’ipotesi di un branco di lupi o di un ibrido lupo-cane. Altre teorie, alimentate dalle descrizioni particolari dei sopravvissuti,  come la coda “da felino” e la velocità di fuga, hanno dato sostegno all’ipotesi dell’esistenza di ibridi o addirittura animali esotici scappati da circhi itineranti, come giaguari, iene o leoni.

Teorie ancora più strampalate vedono l’intera storia come una montatura e in realtà colui che procurava queste morti fosse un nobile che prima uccideva le sue vittime,  facendole poi dilaniare da un suo grosso cane vestito con una piccola armatura in cuoio che lo rendeva simile ad un lupo. Nel 2021, François-Louis Pelissier suggerisce che i resoconti combacino con la descrizione e fisionomia del lupo italiano (Canis lupus italicus), specie più grossa e agile, forse responsabile degli attacchi, dando così una lettura più verosimile agli avvenimenti del XVIII secolo.


Mito, memoria e mistero

La Bestia del Gévaudan resta oggi un enigma affascinante e carico di mistero, incorniciato tra fatti documentati, testimonianze ambigue e interpretazioni contrastanti. Gli atti ufficiali, come il Rapporto Marin e i registri parrocchiali, attestano però che la serie di vittime ha scosso profondamente la popolazione rurale francese.

Eppure, tra il 1764 e il 1767, la narrazione popolare impasta terrore, leggenda, e superstizione. La Bestia diventa simbolo di caos, dell’ignoto, e legato al divino, proiettando nel cuore dei francesi un senso di paura ancestrale. Negli occhi dei testimoni, contadini, bambini, sacerdoti, la Bestia non è solo un animale, ma un’ombra destinata a restare nell’oscurità per sempre.


La Bestia nell’immaginario moderno: film, musica e folklore contemporaneo

Dopo più di due secoli dall’ultimo attacco, la Bestia del Gévaudan continua a vivere, non più tra i boschi e i pascoli, ma nei romanzi, nel cinema, nella musica e nel folklore contemporaneo. Il suo mito, pregno di sangue e mistero, si presta a infinite reinterpretazioni: non si parla più di un semplice predatore, ma di un archetipo del terrore primordiale che ancora oggi affascina e inquieta.

Nel 2001 il regista Christophe Gans adatta la leggenda nel film Le Pacte des Loups (Il Patto dei Lupi), una produzione francese che fonde storia, azione, cospirazioni massoniche e creature da incubo. Il film, sebbene poco fedele ai fatti storici, ricrea l’atmosfera superstiziosa e cupa della Francia rurale settecentesca, mettendo in rilievo il fascino tenebroso che la Bestia ha continuato ad esercitare sulla memoria collettiva del popolo.

Anche il panorama musicale si lascia coinvolgere dal mito. I Powerwolf, celebre band tedesca power metal, dedicano alla Bestia la canzone “Beast of Gévaudan”, contenuta nell’album Call of the Wild (2021). Il brano dalle sonorità epiche, gotiche ed evocative, presenta la creatura come una punizione divina : un “lupo mandato da Dio per il peccato degli uomini”,  andando a fondere mito, religione e ferocia animale in un’unica potente narrazione.

Ma la Bestia non si limita a film e musica. Ha ispirato romanzi, graphic novel, videogiochi, documentari televisivi e persino escape room. Ogni nuova rappresentazione la trasforma a seconda del medium e dell’epoca, mantenendo però inalterata la sua essenza intrinseca enigmatica. A Marvejols e nella regione della Margeride esistono statue, percorsi turistici, musei e rievocazioni storiche dedicate all’evento, che ogni anno attraggono appassionati di storia e leggende da tutta Europa.


Conclusione

La Bestia del Gévaudan, lungi dall’essere solo un episodio di cronaca nera del Settecento francese, è diventata qualcosa di più profondo e radicato nella memoria collettiva. È simbolo della paura, dell’ignoto e dell’angoscia verso tutto ciò che sfugge alla ragione e alla scienza.

Oggi la sua memoria vive nei racconti popolari, nei canti epici e nei film, continuando a ispirare artisti, storici e narratori. Nel cuore delle Cévennes, tra le rovine dei borghi e i boschi che sembrano ancora custodire segreti, la sua leggenda resiste al tempo. La Bestia non è più solo un mostro: è un mito. E come tutti i miti, torna, si trasforma, ma non muore mai davvero.

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