I MIEI SETTE PADRI

Articolo di: Gabriele Dal Cin e Matteo Agrosi

Il giorno 8 di novembre, presso il Museo della Carta di Acquasanta, è stata effettuata dall’autore la presentazione del libro di Adelmo Cervi: “I miei sette padri”. L’evento è stato affollatissimo, con la presenza di parecchi giovani, cosa questa che, dati i tempi, fa certo ben sperare anche se l’intervento di Adelmo, da subito, non ha lasciato molti margini ad una speranza passiva. Tutt’altro! Ricordando quanto allora accaduto, l’autore non si è limitato ad una rievocazione ed ad un commento di quella tragedia della quale, nonostante lo scorrere del tempo, porta indelebili i segni e l’evidente commozione, chiaramente percepibile nelle sue parole. Parole che, tuttavia, come ciascuno di noi si aspettava, hanno espresso una radiografia del tempo in cui viviamo, facendo una profonda analisi del fenomeno fascista allora e oggi. Ne è emersa una visione precisa evidenziante come oggi, più che mai, occorra essere vigili. Si è capito chiaramente, senza mezzi termini, come il fascismo sia un fenomeno trasformatosi nel tempo senza mai, come taluni vorrebbero farci credere, essersi spento. E’ questa una delle sue armi più insidiose, molto simile a quella che papa Paolo VI attribuiva al demonio: quella di farci credere di non esistere. Dobbiamo stare molto attenti a non cadere in questa trappola. Già nell’arco del ventennio esso aveva cercato di cambiare i suoi connotati restando sé stesso: pur mantenendo l’iniziale violenza contro gli oppositori, aveva cercato di celarla dietro le iniziative sociali volte, in apparenza, ad alleviare le ristrettezze di una popolazione schiacciata da un’economia del tutto inadeguata. Vittima di una corruzione coinvolgente i massimi vertici e tutti gli ordini gerarchici in cui era strutturato il vivere sociale. Dal mondo della formazione iniziale al mondo del lavoro a quello del governo cittadino e non , ciascuno aveva il suo ruolo e ad ognuno era fatto credere di essere quello che non era.

E’ questo quello che emerge dal discorso di Adelmo con il quale si capisce chiaramente come il fascismo altro non sia che il controllo pedissequo e costante di ognuno di noi. Controllo che, allora, non essendovi gli attuali mezzi di comunicazioni di massa, si effettuava attraverso la stampa, la radio, il cinema, i raduni, i discorsi dal balcone e in tutti gli altri modi possibili. Ciascun italiano era, quotidianamente, bersagliato, consapevole o meno, dalla sua dose di tossico liberticida. Nessuno era un vero italiano senza la tessera del partito in tasca e, orgogliosamente, il capo, rivolgendosi ai suoi adulatori, poteva dire di essere, in quel preciso istante, in grado di dire loro che cosa stessero facendo tutti gli alunni di ogni scuola dello Stivale. Questo, tuttavia, era solo uno degli aspetti della pervasività di un controllo ormai capillare in ogni momento e in ogni dove possibile.

Vi è stata la Liberazione e la fine della guerra con tutti gli eventi politici da essa derivati. Via via molte di quelle strutture sono state smantellate. Vi è stato un periodo di ripresa economica che, da quel punto di vista ci ha fatto intravedere orizzonti migliori. Di fascismo non si parlava quasi più, relegandolo quasi ad un circoscritto fenomeno di nostalgie destinate ad esaurirsi col tempo. Purtroppo chi si illudeva allora di ciò ha dovuto ricredersi: quegli orizzonti si sono allontanati, lasciando il posto ad una situazione di crisi economica e quindi politica. I padri della nostra Repubblica, nata dalla Resistenza, si sono incamminati per la naturale via del tramonto e di questo ne ha approfittato, come ben ha sottolineato Adelmo Cervi, il fascismo che ha rialzato la testa, cercando di farci credere di essere l’interprete del tempo che cambia approfittando, come allora, di un momento di profonda crisi della nostra società, proponendo nemici e inducendo paure. Mostrando facili quanto irrealizzabili soluzioni a problemi, necessitanti di sforzi comuni, affrontati nell’ambito di un’Europa turbata al suo interno e travagliata da pericolosi conflitti esterni.

Tutto questo, come evidenzia ancora Adelmo, in una situazione particolarmente favorevole all’insorgere di un nuovo/vecchio totalitarismo favorito nel controllo dei singoli dalla nuova tecnologia che ha messo a disposizione i mezzi più idonei allo scopo. L’informazione, ormai, non viaggia più grazie alla carta stampata e neppure attraverso il mezzo televisivo, relegato ad indurre nello spettatore desideri di beni sempre meno necessari, ma sempre socialmente uniformanti. Non si è più parte del gruppo se non si possiede l’ultimo modello in fatto di elettronica. E, a proposito di elettronica e di ultimi modelli, si è sempre più indotti a fare debito, ad entrare in un circuito che tende ad incatenarci con quello che, oggi, con molta eleganza, viene eufemisticamente chiamato finanziamento ma che sempre debito è! Tuttavia i sistemi di controllo del singolo non si sono fermati qui. Come ognuno di noi ben sa e come ha giustamente sottolineato il nostro autore, vi è lo smartphone: questo sa dire chi siamo, custodisce i nostri dati personali, ci rende rintracciabili ogni momento e tante altre cose che, in altri tempi, non sarebbero mai apparse se non volontariamente. E’ attraverso questo “aggeggio” che ci arrivano le informazioni: uno stesso dato ci arriva da varie fonti, magari esposto diversamente, disorientandoci. E non è finita lì: con l’ultimo ritrovato della scienza solidificatosi nella cosiddetta Intelligenza artificiale il disorientamento aumenta in maniera esponenziale rendendo difficile, se non quasi impossibile, distinguere il vero dal verosimile e il verosimile dal falso. Ecco, quindi, il terreno di cultura più facile al risorgere di un fascismo che non è mai morto, ma che, come allora, ha solo cambiato pelle continuando a presentarsi nelle vesti del modello che riporterà l’ordine nelle cose e negli uomini.

Accogliamo dunque l’invito di Adelmo a guardare avanti badando bene a dove posiamo i piedi, calcoliamo bene le conseguenze delle nostre azioni, torniamo ad essere protagonisti della vita del nostro Paese, non abdichiamo ad altri quello che dobbiamo fare noi. Aveva, pur con tutti i possibili limiti al suo pensiero, ragione Nietzche che scrisse “ Quando il popolo si fa gregge cerca l’animale capo”. Badiamo: non cerca l’uomo, ma l’animale capo. Stiamo attenti, vigiliamo e leggiamo il libro di Adelmo: c’è molto da imparare!

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