Storia del maggiociondolo: la pianta tossica che salvò i contadini liguri

Risale ad alcuni mesi fa la notizia diffusa sui social media nazionali di una famiglia di escursionisti intossicata dal maggiociondolo. Non era ben specificato in quale maniera fosse avvenuto l’avvelenamento (più probabilmente per l’utilizzo dei fiori – verosimilmente confusi con quelli della robinia – impastellati e fritti, oppure per averne succhiato dei tranci di ramaglia o per aver bevuto una profumata tisana di gialla infiorescenza) ma è ben certo che ai Liguri dell’entroterra questo incidente non sarebbe accaduto.

Nella tradizione della cultura contadina ligure il maggiociondolo è conosciuto come pianta tossica (solo le capre ne sono indenni) e per questa sua proprietà ha sempre avuto degli specifici utilizzi nell’economia rurale. Quello più diffuso era l’utilizzo di tranci di rami per farne trespoli nei pollai perché il legno di maggiociondolo impedisce, di fatto, l’infestazione dei pidocchi del pollame. L’altro, alquanto illegale e meno praticato, era legato al diradamento del bosco.

Per secoli, subito dopo le epidemie pestilenziali del 1600 e fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, l’andamento demografico delle popolazioni montane dell’entroterra ligure ha registrato un costante incremento numerico caratterizzato da una forte pressione antropica su ristrette aree geografiche a economia chiusa. Per rispondere ai bisogni di sopravvivenza delle popolazioni interne si è sviluppato, in modo inarrestabile ed esponenziale, il fenomeno della “colonizzazione” estrema dei ripidi versanti montani con la costruzione delle terrazze e delle fasce sorretti da imponenti muri a secco, ancora oggi muti testimoni di uno sforzo comunitario. La morfologia del territorio, i fattori climatici, la caratterizzazione della proprietà (generalmente grande latifondo nobiliare o ecclesiastico, da una parte, e comunaglie pubbliche dall’altra) e le conoscenze agronomiche del tempo imposero la monocultura del castagno.

Accadeva dunque che il contadino senza terra o il piccolo proprietario con necessità di acquisire nuovi terreni fossero costretti ad affittare terreni boscati a castagno con il rigido vincolo di immutabilità dei luoghi e del patrimonio alberato. La monocultura del castagno ha sempre rappresentato un forte condizionamento alla sopravvivenza certa delle famiglie, allora numerose, essendo soggetta imprevedibilmente soprattutto ai fattori climatici (gelate, grandinate, siccità) e alle fitosi (cancro del castagno, mal d’inchiostro). L’agricoltore più avveduto ha sempre cercato di introdurre nella sua attività la differenziazione e l’integrazione delle colture, da quella più limitata dell’orto di casa a quella più estesa del prato pascolo fino a quelle più redditizie di cereali e legumi fino ad estendersi a quella delle patate (introdotte nel Chiavarese dal sacerdote Dondero nel 1779), ma la ripidità dei versanti ha sempre limitato la presenza di aree pianeggianti sufficientemente ampie e convenienti da dissodare (l’etimo di origine longobarda “ronco” , presente in molte valli, testimonia la destinazione d’uso di quei luoghi vocati alla coltivazione).

La necessità di poter sfruttare appezzamenti pianeggianti, magari già occupati dal castagneto, per utilizzarli in una più redditizia coltivazione di cereali o di leguminose o di patate (nell’impossibilità contrattuale di poter diradare il bosco) costringeva l’affittuario, il piccolo proprietario (particulare) o ancora il contadino senza terra (manente) a ricorrere a comportamenti illeciti pur di raggiungere lo scopo. Manifestamente gli alberi sani non potevano essere né tagliati né incendiati, ma ciò era consentito qualora si disseccassero ed era questa la condizione che veniva fraudolentemente ed artificiosamente creata ricorrendo alle proprietà tossiche del maggiociondolo. Il montanaro che desiderasse far seccare un albero non doveva far altro che creare un foro nel suo tronco e introdurvi un rametto di maggiociondolo la cui linfa tossica entrava in circolo nel sistema linfatico della pianta ospite, facendola collassare in breve tempo.

Al proprietario del bosco non restava altro che constatare l’avvenuto disastro e, in mancanza di certezza delle cause, era costretto perciò ad autorizzarne l’abbattimento concedendo, in attesa di un nuovo reimpianto, il transitorio utilizzo a colture diverse. All’affittuario si apriva così, per un sufficiente periodo di tempo, la possibilità di garantire a sé e alla propria famiglia una migliore qualità di vita che, oltre all’introduzione di altre provviste nel regime monoalimentare della castagna (proprio dell’autosufficienza più povera e più diffusa) poteva, con il surplus destinato allo smercio, uscire dall’economia chiusa del baratto per incontrarsi con quella aperta dello scambio monetario che avrebbe consentito a lui e alla sua progenie di acquistare nuovi strumenti agricoli, nuove sementi, di acquisire terreni in proprietà, di erigere case, stalle e fienili, di accumulare la dote per i figli, di finanziare i viaggi dell’emigrazione in cerca di fortuna.

È accaduto che la proprietà del veleno sia stata utilizzata per curare il male della povertà endemica. Probabilmente qualcuno è stato colto in fallo e ha sicuramente pagato pesantemente la sua colpa, ma altri – tantissimi altri – l’hanno fatta franca e hanno contribuito a mettere in moto un’economia rurale diversa e più moderna. Tutti i loro sforzi, quelli errati e quelli corretti, non hanno però retto al tempo e alle trasformazioni economiche e sociali. Oggi quello che resta della civiltà contadina e rurale della montagna interna ligure si trova a dover pagare l’altissimo prezzo dell’invecchiamento, dell’esodo, dell’abbandono, dell’arretratezza, dell’isolamento. A poco serviranno la valorizzazione delle produzioni tipiche locali, la diffusione di strutture ricettive ecosostenibili, il ripristino di sentieri e mulattiere, la valorizzazione del paesaggio e della cultura locale se non saranno accompagnate da adeguate, solide e integrate politiche nazionali e regionali. L’utilizzo del maggiociondolo per avvelenare gli alberi è oggi inattuabile ed è solo diventato argomento di antropologia culturale.

Giovanni Duglio
(Istruttore Nazionale A.E.)

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